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Tennis, l'Equipe celebra Panatta: "Il playboy italiano, con una superba volée e un tocco di seta"
30.05.2020 07:00 di Napoli Magazine

"Il playboy italiano, con una superba volée e un tocco di seta, esteta e con un tantino di nonchalance": così il quotidiano francese L'Equipe descrive Adriano Panatta, rievocandone in due intere pagine l'impresa del 1976, quando vinse il Roland Garros dopo aver trionfato al Foro Italico. Battendo fra l'altro un mostro sacro come Bjorn Borg. "Panatta camminava sulle acque" è il grande titolo dell'articolo che ripercorre con i ricordi dello stesso Panatta e quelli del giornalista Ubaldo Scanagatta. Ed è proprio Adriano a sintetizzare quel suo incredibile momento: a maggio al torneo di Nizza annulla 8 match-ball al giapponese Jun Kuki, poi a Roma vince il torneo dopo aver annullato 11 match ball dell'australiano Kim Warwik, infine si aggiudica l'unico torneo del Grande Slam della sua carriera annullando un match-ball al ceco Pavel Hutka. "Sinceramente - commenta Panatta - non trovo dei motivi per spiegare tutto questo. Non ci sono segreti per riuscire a salvare 11 match-ball. Bisogna avere fortuna. E' un po' il destino...". A L'Equipe, Panatta regala anche un aneddoto di quella memorabile stagione, relativo alla sua rivalità con l'americano Harold Solomon, con il quale aveva dato vita a un furioso litigio al Foro Italico. Fra i due non c'era simpatia e quando Panatta se lo ritrova di fronte in finale a Parigi non gli fa sconti già negli spogliatoi, prima di entrare in campo: "sono andato da lui, che era molto basso, 1 metro e 68 - ricorda Adriano - e gli ho detto 'no, ma guardati, come puoi pensare di battermi oggi? Beh, non fu molto gentile, ma è successo davvero". L'impresa vera l'aveva fatta, ai quarti, battendo Borg al quale era invece legato da stima e amicizia. Aveva già vinto contro di lui nel 1973 e, come l'altra volta, lo domina. E resta l'unico ad aver battuto lo svedese al Roland Garros: "per questo ci sono dei motivi - spiega Panatta - a Bjorn non piaceva giocare contro di me. Perché non gli davo alcun ritmo. Variavo in continuazione, andavo spesso sotto rete. Con me ogni punto era diverso dall'altro. E con le smorzate lo facevo soffrire tanto".

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